Uova con il bacon rivisitate con l’aiuto di Montersino

Mi sono innamorata di questa ricetta la prima volta che ho preso in mano il libro di Pasticceria Salata di Montersino e infatti appena ho avuto una domenica senza pranzi in famiglia, di Fabri, o gite, o qualche salcavolo d’impegno mi ci sono dedicata. Tra l’altro era ancora un mese che non si spacciava per novembre, quindi sono state perfette per inaugurare il terrazzo. E’ una rivisitazione del classico uovo fritto con bacon tipico delle colazioni americane, e secondo me fa una bellissima figura quando si organizza un brunch con le amiche perché il sapore è familiare [Fabri direbbe che non esistono brunch senza uova fritte] ma la presentazione è accattivante e anche comoda da mangiare. Ho fatto qualche piccola modifica rispetto all’originale, soprattutto per praticità, e devo dirvi che anche se eravamo solo in due, e ovviamente ho dimezzato la foto, Fabri sarebbe andato avanti a mangiare savarin fino a pomeriggio inoltrato.

Ingredienti per 24 savarin mignon:

3 albumi
2 tuorli
Pane per tramezzini, una confezione
150 gr di pancetta affumicata tagliata a fette

Preparazione:

Sbattere brevemente gli albumi con un pizzico di sale, fatelo con le fruste a mano è proprio questione di un paio di minuti. Distribuire il composto dentro lo stampino da savarin mignon, io ho usato quello della pavoni in silicone che ho solo unto leggermente a scopo preventivo e infornare a 120° per trenta minuti circa.
Con un coppapasta tondo da 5cm, il mio come si vede nelle foto era un po’ più grande e non è esteticamente splendido, tagliare il pane da tramezzini e rosolarlo in una padella con un pochino d’olio in modo che si tosti leggermente. Mettere al caldo. Soffriggere nella stessa padella il bacon.
Sfornare i savarin, lasciar raffreddare qualche minuto e comporre le vostre uova con bacon mettendo prima un “tondino” di pane, poi una fetta di bacon, poi il savarin di albume e infine nel buco aggiungere un cucchiaino di tuorlo e un pizzico di sale. Ripetere per tutti gli altri e infornare ancora, sempre a 120°, per qualche minuto, giusto il tempo perché il tuorlo si rapprenda leggermente. Servire.

Dlin Dlon, informazione di servizio: A inizio Giugno sarò ai fornelli per la seconda edizione del Taste and Match milanese che si terrà al laboratorio cingoli. Per ora non posso dire dippiù, se  non che sto già spremendomi le meningi per pensare a un buon abbinamento e a un piatto che vi possa piacere e che avrò delle signore compagne di fornelli , però intanto inizio a dirvelo e voi iniziate a pensare di non prendere impegni per quella sera. Rimanete sincronizzati quì o sul sito di Wine explorer per la data esatta e per ulteriori news =)

Cookies al cioccolato e deliri infantili

Da bambina erano i ciocchini, con la loro forma ovoidale, poi sono state le gocciole e alla fine dei bizzarri biscotti tondi spessi tipo tre cm, e che in bocca fornivano un meraviglioso effetto ostia in chiesa unito a carie imminente, che prendevo in un qualche discount genovese, i cookies sono sempre stati parte integrante della mia vita. Le gocce, o ancora meglio i pezzettoni di cioccolato, e questi biscotti giganteschi che vedevo sempre nei telefilm dove i protagonisti ordinavano un orrendo caffè americano, che a me piace perchè non sa di caffè, e lo accompagnavano con questa entità quasi malefica, grande più o meno come la faccia di un neonato o la mano di Bigfoot [che in questo caso dovrebbe chiamarsi Bighand ma la battuta è così deprimente che non so se sopravviverà alla bozza di questo post] e che mangiavano colmi di piacere. I cookies sono sempre stati una parte integrante della mia vita e così quando ho trovato finalmente una ricetta che m’ispirasse, dopo le doverose modifiche perchè ogni foodblogger che si rispetti modifica a cazzo di cane una ricetta [fa figo, come quando copi qualcosa dall'enciclopedia ma modifichi una frase e ti senti di aver fatto una ricerca della madonna], in A Tea with Bea mi sono buttata e dopo una prima riuscita soddisfacente ho iniziato a sfornare cookies come se non ci fosse un domani. Ora presumo che nessuno si immagini casa nostra nel tempo libero, anche se sarebbe carinissimo, ma adesso avete qualcos’altro a cui appigliarvi oltre alle zanzariere da balcone appena montate, grazieaddio, e al divano rosso con l’enorme bracciolo da cui scrivo [se fossi un personaggio famoso a quel bracciolo aspirerebbero un sacco di teenagers] ed è un’alzatina per dolci colma di cookies. E’ sempre colma. E quando non è colma io sono appiccicata al forno a controllare che i cookies siano pronti per essere sfornati.

Cookies al cioccolato

Ingredienti per circa 20 biscotti grandi:

175gr di burro morbido
½ cucchiaino di sale
½ cucchiaino di bicarbonato
220gr di zucchero di canna
1 uovo più un tuorlo
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
240gr di farina 00
25ml di latte
250gr di cioccolato fondente in pezzi o gocce di cioccolato

Preparazione:


Mettere nella ciotola del Kenwood, o della vostra planetaria, il burro morbido fatto a pezzetti, il sale e lo zucchero e montare con la frusta a K per diversi minuti fino a che il composto diventa spumoso e gonfio.
Sbattere velocemente l’uovo con il suo tuorlo e aggiungerlo al burro lavorando a bassa velocità. Aggiungere l’estratto di vaniglia.
Setacciare la farina con il bicarbonato e aggiungerla. Alla fine quando il composto è amalgamato aggiungere il latte e i pezzi di cioccolato mescolando con una spatola manualmente.
Usando due cucchiai disporre l’imposto su una teglia coperta da carta da forno cercando di dargli una forma più tondeggiante possibile e avendo cura di lasciare un po’ di spazio tra un biscotto e l’altro. Mettere i biscotti a riposare in frigorifero per una ventina di minuti.
Nel frattempo riscaldare il forno statico a 180°. Infornare i biscotti per un tempo che va tra i 9 e i 13 minuti, a me sono serviti tutti e 13 ma dipende dalle dimensioni dei vostri biscotti. I cookies dovranno apparire leggermente dorati. Sfornare e lasciar raffreddare sulla teglia, sono un po’ morbidini in questa fase, e una volta freddi servirli. Anche se lo confesso non riesco mai ad aspettare che si freddino del tutto e il primo cookies lo mangio quando è ancora tiepido e il cioccolato al suo interno leggermente morbido. E’ meraviglioso.

Un soufflè non può mai aspettare…

Come al solito ho lasciato passare troppo tempo dall’ultima volta che ho scritto, cercherò di essere più costante. Queste settimane di non blog sono state in realtà settimane di lavoro, di pranzi con i parenti [di Fab] e di attesa. Attesa per una visita medica che mancava da due mesi e che per fortuna ha dato buone notizie, non senza una discreta dose di strizza da parte mia che mi ha portato a obbligare il fidanzato ad accompagnarmi in quel di Bologna, le buone notizie sono ancora caute ma diciamo che piano piano [e con la neuropatia il piano piano ogni tanto sembra dilatarsi all’infinito] il mio corpo sta iniziando a collaborare e a guarire. Non sarà roba di un giorno, probabilmente nemmeno di un mese ma il processo di guarigione sta continuando e per quanto a volte sia pesante e stancante vuol dire che stiamo finalmente andando nella direzione giusta. E quella direzione mi piace un sacco, soprattutto se la percorri con persone speciali accanto pronte a trascinarti a calci nel sedere in pista quando sei stanca e hai voglia di mollare =) .

Soufflè pere e gorgonzola

Era troppo tempo che non preparavo un soufflé e mi ero quasi dimenticata quanto mi piacesse farlo. C’è una gestualità nel cucinare i soufflé, una delicatezza e un culto dell’attesa che ho ritrovato in pochissimi cibi. Preparare un soufflé è qualcosa che va oltre il cercare di fare tutto giusto in cucina, che va oltre alla precisione, che è la mia bestia nera sono un po’ troppo cazzoncella,  è l’avere fede. E’ quell’attesa davanti al forno mentre piano piano il tuo composto si alza, ma ti sembra che lo faccia troppo lentamente e tu ti dici già “Al massimo dico che è uno sformato, è buono uguale e non faccio brutta figura” ma sotto sotto ci speri che venga come lo desideri. Nel preparare un soufflé il muscolo che si esercita di più, ancora più del braccio nell’incorporare gli albumi con sufficiente delicatezza, è quello della speranza.
Forse è per quello che i soufflé più belli li riservo alla domenica mattina, perché mi sono lasciata tutta la settimana alle spalle e adesso posso concedermi di fare con calma, di perdermi dentro una ricetta, di perdermi in quell’attesa, di sperare in una piccola magia.
La ricetta in questione viene da Baking made easy di Lorraine Pascale, che amo perché fa ricette concrete e anche deliziose, ed è forse il mio soufflé più bello. L’ho un po’ modificata rispetto al libro ma il procedimento è lo stesso.

 Ingredienti per 4 soufflè monoporzione:

1 Pera, pelata a e tagliata a cubotti
75ml di porto
15gr di burro
15gr si farina
150ml di latte
50gr di gorgonzola a cubetti
3 uova
Burro e pangrattato per le cocottine

Preparazione:

Mettere la pera insieme al porto e a una macinata di pepe in un pentolino e aggiungere tanta acqua da coprirla. Portare ad ebollizione e poi abbassare il fuoco in modo da farla appena sobbollire e cuocere fino a che la pera inizia ad ammorbidirsi, a me sono bastati pochi minuti. Togliere dal fuoco e lasciare in infusione.
Preriscaldare il forno a 190° e mettere al suo interno una leccarda in modo che si scaldi con il forno, questo ci spiega l’autrice dovrebbe aiutare le uova ad alzarsi. Preparare la besciamella facendo fondere 15gr di burro, aggiungendo la farina e poi il latte freddo e mescolando in modo che si crei una crema fluida e senza grumi. Togliere dal fuoco e aggiungere il gorgonzola in modo che vi si sciolga dentro. Quando inizia a intiepidire aggiungere i tuorli.
Imburrare e cospargere di pangrattatato gli stampini da soufflé, questa operazione va fatta con la massima attenzione perché devono essere interamente ricoperti o il composto avrà difficoltà ad alzarsi. Mettere sul fondo di ognuno un pochino di pera cotta nel porto.
Montare a neve gli albumi.  Aggiungere una bella cucchiaiata di albumi al composto di gorgonzola e mescolare vigorosamente in modo che inizi ad ammorbidirsi e l’aggiunta dei successivi sia più semplice. Aggiungere i rimanenti albumi avendo cura di non smontarli e quindi con un movimento dal basso verso l’alto. Versare il composto negli stampini, riempiendoli quasi fino all’orlo, io ho fatto un dito in meno per dare un’idea.
Estrarre la leccarda da forno, disporvi le cocottine e infornare per 15-18° minuti senza mai aprire il forno.
Una volta pronti sfornarli e servirli immediatamente. Io mentre cuocevano ho aggiunto un paio di cucchiaini di zucchero di canna al porto usato per la cottura delle pere e l’ho fatto ulteriormente ridurre a fuoco dolce, in modo da ottenere una salsina con cui bagnare i soufflé che ho trovato particolarmente gradevole.

Darjeeling cupcakes per il mio papà

La ricetta di oggi viene dalla app di Primrose Bakery che ho scaricato qualche settimana fa su consiglio di Gaia, ed effettivamente nel vale la pena perché per 3 euro si hanno diverse ricette che soprattutto per i cupcakes sono anche abbastanza originali.

Darjeeling Cupcakes

Ho scelto di prepararla quando un paio di domeniche fa è passato a trovarmi mio padre. A vedere per la prima volta la nostra casina e blabla [e nel blabla in realtà c'è molta euforia e gioia per questo], perché per Natale ci aveva regalato del buonissimo Darjeeling non ricordo minimamente che tipo di fogliolina fosse ma sicuramente era una fogliolina figa [che non ho usato, perché come tutte le cose a cui tengo particolarmente le uso pochissimo e rischio di farle ammuffire. Genio. No banalmente temevo fosse un po’ sprecato utilizzarlo per dei cupcakes] e mi sembrava carino rendergli onore con una ricetta a lui ispirato. Mio padre non è che impazzisca per i dolci in realtà, si dice che si cercano i fidanzati come i genitori e infatti né Fab né mio padre mangiano dolci oltre ad essere entrambi un tantino psicopatici ma in maniera simpatica [per i primi cinque minuti], però gli sono piaciuti. Rispetto alla ricetta originale ho modificato il tipo di zucchero e l’ho abbassato come quantità, ce n’erano 50gr in più, perché ormai ho capito che tutte le ricette dei cupcakes per me sono troppo dolci ma a parte questo erano buoni e si sono conservati morbidi per qualche giorno, cosa che non capita sempre con questi dolcetti.

Ingredienti per 12 cupcakes

125ml latte
6 bustine di Darjeeling
110gr di burro morbido
175gr di zucchero di canna
2 uova
125gr di farina autolievitante
120gr di farina 00

Per il frosting

120gr di burro morbido
220gr di zucchero a velo
2 cucchiai di latte, prelevati da quello lasciato in infusione per le basi

Preparazione:

Mettere il latte in un pentolino e appena inizia a bollire rimuoverlo dal fuoco e aggiungere le sei bustine di darjeeling e lasciare in infusione per almeno mezzora.
Preriscaldare il forno a 180°.
Nel kenwood o nella vostra planetaria amalgamare con la frusta a K il burro morbido con lo zucchero per ottenere un composto gonfio. Aggiungere un uovo alla volta e amalgamare anch’essi.
Rimuovere le bustine di tè dal latte, tenerne da parte due cucchiai, e iniziare ad aggiungerlo al composto di burro e zucchero alternandolo alla farina. Si otterrà un impasto morbido e ben amalgamato.
Versarlo nello stampino per muffin il mio è della Pavonidea in cui si saranno messi prima i pirottini e riempirli fino a 2/3. Infornare per 25 minuti circa, o fino a che diventano belli dorati.
Sfornarli e lasciarli raffreddare.
Nello stesso tempo preparare il frosting montando il burro a cubetti con lo zucchero a velo, sempre con la solita frusta a K prima o poi dovrò comprare la seconda ciotola, e aggiungendo i due cucchiai di latte aromatizzato. In pochi minuti si otterrà un frosting gonfio e spumoso.
Con una sacca da pasticcere guarnire le basi con il frosting. Io poi ho scelto di decorarli con l’etichettina delle bustine da tè, nella ricetta originale consigliavano di mettere un bastoncino di cannella [ infatti in alcuni fotografati si vede] ma non mi ha convinto visto che la cannella c’entra poco con la ricetta.

Tagliata al forno

Mia madre è bravissima a cucinare la tagliata. Ora magari a voi sembrerà una stupidaggine perché non è questo piatto da Four season o simili ma fin da quando ero bambina ho amato alla follia la sua tagliata. Riusciva sempre a scaldare la padella alla perfezione e la carne all’interno era sempre bella al sangue come piaceva a me. Fuori marroncina e dentro al sangue, mi sembrava ci fosse qualcosa di magico in quella preparazione. E’ vero che trovo qualcosa di magico in qualsiasi cosa però mi piaceva tanto lo stesso. Poi sono cresciuta, il rapporto è diventato più complicato, lei ha smesso di vedere i miei lati buoni e quando me ne sono andata di casa ho trovato più difficile anche io vedere i suoi. Sapevo che c’erano, mentre confesso che temo lei non sappia dell’esistenza dei miei, solo che era tutto un po’ appannato e difficile da vedere. Però le ho sempre riconosciuto il fatto che faceva la tagliata più buona del mondo e forse per questo ogni volta che Fabri mi ha proposto di prepararla mi sono rifiutata. Sentivo che non sarei mai stata all’altezza di quella tagliata come non ero all’altezza delle aspettative che lei aveva in me come figlia. La sua tagliata era quella buona e speciale, la mia sarebbe venuta fuori sicuramente meno buona, sicuramente meno magica. E poi sono andata una mattina a comprare la carne da Cazzamali, che amo alla follia, e anche se fino all’ultimo ero perplessa gli ho chiesto “Posso avere un pezzo di carne per tagliata?” e lui oltre a un pezzo di noce buonissimo mi ha offerto una possibilità di avere una mia tagliata. Mi ha proposto infatti di cucinarla al forno e non in padella, me l’ha consigliato come si consiglia una qualsiasi ragazza giovane che è ancora agli inizi nella cucina ma in realtà quello che mi ha offerto è stata una possibilità di rendere questo piatto mio. Di non rovinare il ricordo della tagliata di mia madre ma di crearne uno nuovo, tutto per me. La tagliata cotta al forno viene alla perfezione, quando la si taglia non esce quasi sangue ed è un concentrato di succhi e sughi divini. I tempi di cottura ovviamente dipendono dal pezzo di carne in questione, il nostro era da un chilo e abbastanza spesso ma probabilmente chi ne capisce di più di me di carne [io sono portata soprattutto per le cotture lunghe, che mia madre non ama e dove non posso sbagliare] riuscirà a regolarsi. E insomma è una figata. Non è luna ricetta da blog supercool presumo e non ci sono patate viola o salcazzo, cosa c’è di moda quest’anno? Perché l’anno scorso andava la fava tonka e io ce l’ho ancora nel cassetto che mi fissa con aria si supponenza, ma è una buona ricetta per non impuzzolentire casa e per avere una propria tagliata. Per dare inizio a una nuova memoria culinaria. Perché è per quello che cucino no? Per riuscire ad avere dei bei ricordi.

Tagliata al forno

Ingredienti per 4 persone:

1 pezzo di carne per tagliata da circa 1kg, nel nostro caso era noce
300gr di pomodori ciliegini
100gr di insalatina, nel nostro caso songino dell’orto dei non suoceri
Grana qb

Preparazione:

Accendere il forno a 250° e aspettare che arrivi in temperatura. Tagliare a spicchietti i pomodori e condire l’insalatina. Quando è arrivato ai 250° mettere il pezzo di carne sulla griglia del forno, così direttamente senza ungerlo o fare alcunché e mettere sotto la griglia una leccarda o una teglia con acqua. In questo modo i succhi che la carne perderà non faranno fumo, e sporcheranno fastidiosamente il forno, e al tempo stesso si eviterà la secchezza. Infornare per 15 minuti senza mai aprire il forno, come il pandispagna!, trascorso quel tempo spegnere e lasciare la tagliata dentro, sempre senza aprire, per ancora dieci minuti.Estrarre la carne e tagliarla a fette spesse circa 1cm, servire con l’insalatina di pomodori su cui si sarà grattugiato un po’ di grana.

Un biscotto alla volta,un passo alla volta…

A Milano inizia a far più caldino, e preciso a Milano perchè Rozzangeles sta tornando a immergersi nella nebbia, e io inizio ad avere voglia di pic nic, di giri in motorino con Fabri e di vestitini svolazzanti [che hanno anche la meravigliosa funzione di copri cosciotte che nell'inverno sono diventate proprio otte].

Sono state un paio di settimane complicate soprattutto nella mia testa, non è successo niente di particolare ma mi sentivo bloccata, la guarigione dalla mia malattia procede ma ogni tanto decide di procedere a passo da lumaca e questo è un casino perchè non sempre la mia testa riesce ad accettarlo. Mi sono sentita bloccata in un limbo, mi è sembrato che non sarei mai guarita [e anche lì è un casino questa malattia perchè se qualcuno mi chiede se è grave mi viene da rispondere "No non è grave" nel senso che non morirò, non dovrei peggiorare molto, non si espanderà in tutto l'organismo; ma anche "Sì è grave" perchè è una malattia invalidante, che ti prende anche la testa, che ti fa paura e ti impedisce di fare programmi] ed è stato difficile conviverci. Poi non è che si sia sbloccato qualcosa ma è arrivato il calduccio e anche se il mio corpo è rimasto immobile ho iniziato a muovermi io, a progettare, a programmare e le cose sono tornate ad essere un pochino più facili. Si fa un passo alla volta, come si fa una ricetta alla volta. Ed è più facile fare quei passi quando c’è una persona che ti borbotta che il cioccolato bianco è cattivo quando prepari dei biscotti.

Fossette Golose

La ricetta di questi biscotti è una delle prime che ho imparato e viene dal forum di cookaround ed è di cozza che ringrazio profondamente.

Ingredienti per una trentina di biscotti da 20gr circa:

150gr di farina
35gr di amido di mais
25gr di cacao amaro
1/2 cucchiaino di lievito x dolci
2 pizzichini di sale
125gr di burro
1 uovo medio [nella ricetta originale un tuorlo e mezzo]
75gr di zucchero più un po’ per guarnire
100gr di cioccolato bianco

Preparazione

Mettere nella kenwood, o nella vostra planetaria, con la frusta a K il burro ammorbidito e lo zucchero e montare in modo da ottenere un composto soffice, aggiungere l’uovo. Mischiare gli ingredienti secchi quindi cacao, farina, maizena, lievito. Aggiungerli all’impasto e sempre con la frusta a K amalgamarli velocemente. Formare la palla e lasciarla in frigo per almeno un’ora a riposare.

Trascorso quel tempo accendere il forno a 170° ed estrarre la frolla dal frigo. Staccarne dei pezzetti da 15-20gr, formare con essi delle palline, rotolarle nello zuccher e in mezzo con il pollice creare una fossetta.

Disporli su carta da forno o come nel mio caso su un tappetino, che è più comodo e mi evita le macchie sulla leccarda con i composti burrosi, di silicone Pavonidea  leggermente distanziati, crescono poco,  e infornare per 12-15minuti.

Appena tolti dal forno schiacciare bene la fossetta perché in cottura perdono un pochino la forma. Lasciar raffreddare.

Una volta freddi sciogliere nel microonde il cioccolato bianco e colarlo nelle fossette. Lasciar rapprendere. Servire. Si mantengono buoni per almeno una settimana, ma io non riesco a fargli superare il week end.

Un Hamburger da montare?

Durante il periodo iniziale di convivenza, quello in cui passavamo da hot dog a toast a un’elaboratissima pasta con la pancetta quando mi sentivo in vena di fare invidia a Marchesi, uno dei piatti che preferiva Fabri erano le polpettine dell’Ikea. Ora in una situazione normale persino a me verrebbe voglia di accusarlo di pessimo gusto culinario ma rileggete le righe sopra e immaginatevi quel menù ripetuto per sette giorni alla settimana, anzi sei: uno andavamo dai suoi genitori, e capirete perché delle polpettine con  patate e salsina pannosa potessero sembrargli il break che il suo fegato chiedeva, e un pasto salutare che agognava.

Adesso che conviviamo da quasi due anni, quasi due anni Fab pensaci: senza infilarci ancora la testa nel water secondo me sono quantomeno da festeggiare, i toast vengono accolti con un sorriso, quasi come se fossero un momento di relax in una settimana per lo più culinariamente impegnativa [senza contare che i toast non richiedono foto e questo implica mangiarli nei soliti piatti e senza che uno dei due si ritrovi il triplo di cibo servito in una scodella ottocentesca perché fa scena] però le polpettine dell’ikea continuano a piacergli. E visto che ama alla follia i miei hamburger qualche settimana fa ho pensato di mixare le due cose e fare un polpetta burger. Con polpettine con salsina sugo-pannosa e, visto che nella realtà vengono servite con patate, con patatine fritte. In teoria volendo proprio scopiazzare avrei dovuto mettere anche una cucchiaiata di marmellata di mirtilli ma associare dolce e salato non è ancora uno step che abbiamo affrontato con Fabri. Ci arriveremo. Fra cinquanta o sessant’anni. Intanto l’hamburger è il solito post junk food che non andrebbe fatto ed è comunque godurioso.

 Polpettaburger

Ingredienti per 4 hamburger:

Panini per hamburger ricetta presa sempre qui o comprati
300gr di trita
50gr di mortadella, non so che farci nelle polpette mi piace troppo
1 uovo
2 cucchiai di grana
4 cucchiai di pangrattato
1 confezione di panna fresca
1 patata grossa
Burro e farina qb
Marmellata di lamponi o mirtilli rossi [opzionale]

Preparazione:

Tritare la mortadella, unirla alla trita, all’uovo al grana e al pangrattato. Si dovrebbe ottenere un composto morbido ma lavorabile. Salare. Formare delle polpettine delle dimensioni di una noce, o anche un pelo più piccole, e rotolarle nella farina.

Accendere il forno a 190° e quando caldo metterci i panini divisi a metà per una decina di minuti per renderli un po’ croccanti. Nel frattempo sciogliere una bella noce di burro in padella e cuocere le polpettine, visto che sono piccole dieci minuti dovrebbero essere sufficienti.

Toglierle dalla padella. Versare la panna nella padella dove hanno cotto le polpettine in fondo da sciogliere il fondino di cottura e formare una salsina, ripassare le polpettine giusto per un minuto e poi tenere al caldo insieme ai panini.

Pelare la patata, lavarla, asciugarla bene e tagliarla a listelline. Friggerle in abbondante, relativamente abbondante visto che è una patata, olio bollente. Scolare, tamponare con carta assorbente e salare.

Comporre i panini mettendo sotto uno strato di patate fritte e sopra le polpettine. Volendo concludere con un cucchiaino di marmellata. Servire.

Di Torte rustiche e amicizie

Io non sono bravissima nelle amicizie. Mi incasino sempre. Penso derivi da quel misto di timidezza, ansia da prestazione, incapacità di litigare [e quindi accumulo di piccole cagate che diventano enormi tragedie] che mi rende una sorta di pentola a pressione pronta a scoppiare e incasinare tutto. Aggiungiamo a questo una tendenza alla discontinuità nei rapporti umani che è raccapricciante, ho superato la tendenza alla cotta per le persone nuove che conosco ma la discontinuità mi rimane, viene fuori un discreto casino. Per carità qualche persona speciale nella mia vita, qualcuna davvero davvero speciale, sono riuscita ad averla intorno, oltre a un piccolo numero di adorabili cazzoni con cui guardare telefilm e spettegolare di ex fidanzate che portano il nuovo pargoletto ai genitori dell’ex e per questo mi sento enormemente fortunata, però ecco quello dell’amicizia non è il mio cavallo di battaglia. Bravissima a fare le sorprese, a friggere patatine fritte e anche a fare la fidanzata ma a un’ipotetica sfida dalla De filippi non me ne uscirei mai con l’amicizia come cavallo di battaglia.

Però ogni tanto mi va di culo. Ogni tanto il karma si dimentica tutte le cazzate che ho combinato in passato e ti manda una persona speciale. Succede un po’ a cazzo di cane, tu commenti il suo blog con la solita frasettina standard “Ah che figata, se avessi gli ingredienti la farei subito!” e dall’altra parte invece c’è una persona che riesce ad andare oltre, che riesce a leggere qualcosa di più della ricetta e con cui finisci a parlare. Con cui finisci a parlare magari un venerdì sera, quando Fabri è a D&D e tu non è che sia proprio di ottimo umore, ma lei è lì e improvvisamente Sant’arcangelo e Rozzangeles sembrano vicinissime e rimani a parlare, a scrivere fino alle due di notte, con lei che ti piglia per il culo perché sei un razzo a digitare e ti consola perché hai una madre che ti dice che sei grassa peggio della Pausini.

Ogni tanto ti va di culo e allora succede che ti trovi a incontrare una persona come Veronica, che senza averti mai vista né sentita ti invita da lei per le visite mediche “così risparmi sul treno” e che incontri un ventitre dicembre in stazione e che poi ti accompagna all’uscita della visita ridendo e ripetendoti mille volte se davvero stai bene o preferisci sederti o salcazzo.

Ogni tanto ti va di culo e incontri una persona che se abitasse a meno chilometri sarebbe proprio l’amica di cui avresti bisogno. Perché è acida, o diversamente ironica, brillante, incasinata e solare. Perché è una che sa sbelinarsi, che magari ti dice all’ultimo le tremila tragedie che stanno per succedere ma che ti accoglie anche in casa con una piadina calda e dei dolcetti e poi ti abbraccia forte e ti regala delle pantofole. Veronica dice mille parolacce, ti prende in giro e si prende in giro [io non sono ancora brava a farlo], è generosa, spontanea. E’ un po’ come sarei io se non mi incasinassi dentro me stessa. Ed è solare, sì lo so che l’ho già detto, ma ha una solarità contagiosa di quelle belle. Che poi a me le persone positive stanno pure un po’ sul cazzo di base, ma lei lo è in modo carino, lei è un cuor contento. E’ quella persona che quando vedi dopo una nevicata infernale tutto infreddolito, bagnato e pure un tanti nello incazzato ti sorride e ti fa dimenticare tutto. Prima di lei pensavo che le persone così non esistessero, che esistessero solo ippopotami di peluche cuorcontenti.

Io non sono brava nelle amicizie però ogni tanto mi va di culo lo stesso e allora scopro che ci sono persone che sono un po’ come il tuo ippopotamo di peluche e che ti vogliono un po’ essere amiche ed è una figata. E quindi grazie. Per essere un cuorcontento e per avermi permesso di stare meglio con il tuo essere tu.

Torta rustica di Veronica

Quindi oggi la ricetta viene dal blog di Veronica, è la torta preferita di Renga o salcazzo io Renga manco lo ascolto ma nonostante questo è molto buona quindi probabilmente può essere la torta preferita di qualsiasi cantante vi venga in mente.

Ps: mi dicono dalla regia che Veronica abbia impunemente scopiazzato,scherzo c’è da dirlo?, da Marco e quindi per non fare la blogger ladruncola e perchè il karma non i vendichi di me facendomi marcire i peperoni che ho comprato per le caviotte lo cito. Che l’albero genealogico delle torte dev’essere ristabilito, soprattutto quando sono così buone. Grazie anche a te =)

La ricetta la copio e incollo così com’è dal suo blog. Perché semplicemente è buona così com’è.

L’unica differenza che ho apportato, su consiglio dell’autrice, è di aumentare un po’ la cipolla e di aumentare il tempo di cottura perché ogni forno è pazzo a modo suo.

 

Ingredienti per uno stampo da 24cm:

1 rotolo di pasta sfoglia
3 patate medie a pasta gialla
2 cipolle rossa di Tropea
300 gr di fontina
100 g di Brie
1 fetta di speck da circa un etto
rosmarino
sale

Preparazione:

Stendete la pasta sfoglia su una teglia foderata con la carta da forno.
Accendete il forno a 200°.
Pelate le patate e taglietele a fette sottili. Metterle a bagno per un pò per renderle più digeribili e asciugarle bene.
Tagliate le cipolle di Tropea a fette sottili e farla caramellare con poco burro e un po’ di aceto balsamico; io nel burro ho fatto rosolare anche una fetta di speck, che poi ho spezzettato grossolanamente, perché il prosciutto di Parma che usa Veronica io non riesco a non scofanarmelo in un sol boccone. Disponete nel cestino di pasta sfoglia: le patate, la cipolla e la fontina tagliata a cubetti. Evitate di stratificare separatamente i tre ingredienti, ma mischiateli tra di loro.
Mettete la teglia in forno per circa 20′-25′. [per Veronica, nel mio forno ce ne sono voluti 35 abbondanti, la stagnola che lei cita io l’ho usata per l’ultimo quarto d’ora] Per evitare che si secchi troppo il formaggio, bruciandosi, coprite la teglia con un foglio di alluminio.

Aspettare almeno un quarto d’ora perché si ricompatti un po’, essendo formaggiosa, e servirla. E’ buonissima anche fredda il giorno dopo.

Una tartare di gamberi e mango e un post diabetico

Sì lo so san valentino è passato da oltre una settimana ma non è facile fare i post a tema il giorno giusto soprattutto se quel giorno giusto stai spignattando perché tutto sia perfetto o quantomeno decente. Quindi il post cuoricioso con le foto del nostro San Valentino lo faccio oggi con la scusa di mettere la ricetta della tartare di gamberi e mango che in realtà è una stupidaggine come poche.

E’ che in realtà ieri ho avuto una notizia non proprio bellissima da una persona che meriterebbe di darmi solo notizie splendide da tanto è importante per me, e ho pensato che a lei farebbe piacere leggere un post di questo genere, le darebbe forza in un momento difficile.
Quindi prima ricetta o prima diabete? Metto subito la ricetta così il resto al massimo lo bypassate.

 

Tartare di gamberi e mango

Ingredienti per due persone

20 gamberetti
Mezzo mango
1 lime
Olio, sale, pepe
½ cipolla rossa

 

Preparazione:

 

Sgusciate i gamberi togliendo il malefico filetto nero e tagliateli a pezzetti. Metteteli da parte. Pelate il mango e tagliatelo a cubetti. Tritate finissimamente la cipolla rossa. Mischiate gamberi e mango e cipolla. Fate un’emulsione con il succo di un lime, sostituibile con il succo di un’arancia viene buonissimo uguale, 3 cucchiai d’olio evo, sale e pepe. Versate l’emulsione sulla tartare, mescolate bene e mettete in due bicchieri o due tagliapasta se volete farla rimanere in forma. Lasciate in frigorifero almeno 4-5 ore, così i sapori si fondono bene, e togliete una ventina di minuti prima di servire.

 

Adesso la parte diabetica. Lo so che tutti odiano San Valentino e che tutti si dimostrano amore gli altri giorni dell’anno e che sono sempre romantici e blabla, ma noi non siamo così. Noi fondamentalmente passiamo l’anno a prenderci in giro, a farci pessime battute e il maggior contatto fisico che abbiamo in pubblico è darci una spallata. Siamo romantici, siamo anche dolci, a modo nostro, un modo che di solito se ci si guarda dall’esterno è difficile capire. Mi ricordo quando a un matrimonio ho chiesto a mia cugina come andasse la vita a due e lei sgranando gli occhi e sputacchiando stelline e cuoricini si mise a raccontare di quanto stupendo e meraviglioso fosse essere in due e blabla, e ricordo anche che poi gentilmente ci chiese come andasse la convivenza e noi che siamo appunto non i migliori venditori di noi stessi l’unica cosa che riuscimmo a rispondere fu “Bah tutto bene. Non mi sta troppo sui coglioni, dai. […]La pensavo più cagacazzo” ridendo. Poi magari rimaniamo ore la mattina appiccicati o non riesco ad addormentarmi se almeno una parte del mio corpo non sfiora la sua ma non siamo romantici nel modo canonico quindi amo San Valentino proprio per questo. Perché ci permette di uscire da noi stessi, di non fare i cinici e appiccicare cuoricini ovunque.

E quest’anno a San Valentino ho voluto, abbiamo voluto festeggiare la famiglia. Perché siamo una famiglia, l’ha detto anche l’adorabile impiegata del servizio residenze e lo dice il censimento. Perché non è quando torno a Genova che mi sento in famiglia ma quando lo vedo entrare dalla porta con il naso rosso e il giubbottone da moto che gli impedisce di muovere le braccia. E io pensavo di non meritare una famiglia, perché alla mia d’origine non piaccio e probabilmente mi cambierebbero con una barretta di toblerone, ma tu sei la dimostrazione che ogni tanto il karma passa sopra agli errori e ti regala quello che hai sempre sognato e di cui hai sempre avuto bisogno.

Famiglia.

Non come quelle del Mulino Bianco ma nemmeno come quella da cui venivo. Famiglia, perché la sera guardiamo le vecchie puntate di the wire ridendo come degli scemi e poi mi addormento sulla tua pancia. Famiglia, perché in inverno non c’è mai stata una sera in cui tu non mi sia venuto a prendere alla fermata “Perché è buio ed è pericoloso” e perché quando ti chiamo dicendoti che sto per perdere il treno e ho paura di rimanere a Bologna in stazione mi dici “Vengo a prenderti” e lo so che verresti sul serio. Famiglia, perché mi tieni la mano quando vado in bagno a fare la pipì e il bruciore è così forte che vorrei morire e so che non è molto erotico e so che le coppie non dovrebbero vedersi fare la pipì, ma essere una famiglia a volte è anche superare quello per tenere la mano a una ragazzina spaventata dai suoi bruciori. Famiglia, perché russi ma preferisco non dormire che svegliarti. Famiglia, perchè quando ti preparo gli hamburger che non ti ispirano e li assaggi ti illumini e dici “Sono buoni, non me l’aspettavo! Pensavo facessero schifo!” e io forse dovrei prendermela ma mi viene solo da ridere. Famiglia, perché sei la prima persona che mi fa pensare di riuscire ad essere di più, di essere qualcosa di meglio o almeno poterlo diventare. Famiglia perché ridiamo, facciamo gli scemi, ci prendiamo in giro e non ci capiamo e stiamo con il broncio ma sei la prima persona a cui voglio dire ogni cosa, sia quelle belle che quelle brutte, e sei l’unica persona che riesce sempre a farmele vedere nel modo giusto. Famiglia perché mentre preparavo le decorazioni di San Valentino mi sono trovata così tante foto e lettere e frammenti di momenti stupendi vissuti insieme che mi veniva da chiedermi come potessi essere stata così fortunata, se davvero fosse capitato tutto questo a me. Famiglia perché sei la parte migliore di me, perché mi fai credere in un per sempre, anche se per sempre è un tempo molto lungo. Anche se è un tempo molto lungo io lo voglio tutto, con te.

Di famiglie e Cheesecake

Sì san valentino era ieri e quindi il post romantico avrei dovuto farlo ieri, ma ieri stavo ovviamente cucinando visto che adoro qualsiasi tipo di festività mi permetta di cucinare e arredare un po’ la casa in maniera scema e non ho trovato il tempo di scrivere nulla. Quindi il post romantico e diabetico ve lo beccate oggi.
Ci sono due soli dolci che non mangio: la torta al limone e la cheesecake. Odio il formaggio nei dolci e detesto ancora di più il limone, che invece adoro nel salato, e ovviamente ci sono due soli dolci che piacciono a Fabri: la torta al limone e la cheesecake. Ho sempre rimandato facendone le versioni più piccole possibili, madeleine alla cheesecake e cose simili, e poi mi sono finalmente decisa a preparargli il suo dolce preferito e ho pensato che oggi fosse il giorno giusto per postarlo.

Vorrei scrivere qualcosa della serata di ieri, su cui non escludo di fare un post ha!, ma quando ci penso l’unica cosa che mi viene in mente è famiglia, ed è quello che penso ogni volta che sono vicino a Fabri. Io ho sempre voluto una famiglia, niente stronzate alla Mulino Bianco, niente nonna che fa la maglia o salcavolo ma qualcosa di caldo e rassicurante. E invece io alla mia famiglia non piaccio molto, potrei stare a elencarvi i mille motivi, il fatto che non mi so vestire e che ormai le mie cosce assomigliano a quelle della Pausini [ Vero apprezzerà il riferimento] o perchè sono profondamente nerd nell’anima, ma è semplicemente così, ed è una cosa a cui ormai ho fatto l’abitudine e fa sempre meno male. Però la famiglia continuavo a volerla, da bambina immaginavo qualcosa di quasi fantastico e magico, poi è arrivato lui, poi sei arrivato tu ed è stato totalmente diverso da quello che immaginavo e allo stesso esattamente come lo immaginavo. E’ stato magico e fantastico, e incasinato, e con serate sul divano a ubriacarci guardando vecchie puntate di How i met your mother, e con terapie mediche da affrontare e giornate in cui piove e ci viene il nervoso, e caldo e rassicurante. Sei la mia famiglia, sei quello che ho sempre saputo di volere ancor prima di riuscire a capirlo. Sei la parte buona di me, lo sei sempre anche quando borbotti e sei insopportabile, anche in quei momenti riesci a tirare fuori la mia parte migliore e io con te mi sento a casa, mi sento in famiglia. Sei il mio posto nel mondo.

E vali bene una cheesecake ogni tanto.

Cheesecake ai lamponi di Tessa Kiros

Ingredienti per uno stampo da 20cm:

250gr di biscotti digestive
125gr di burro fuso
600gr di philadelphia
200gr di zucchero
3 uova
200gr di frutti di bosco misti, nel mio caso lamponi

Preparazione:

Preriscaldare il forno a 180°
Tritare grossolanamente i biscotti, io utilizzo il metodo di Nigella li metto tutti in un sacchetto e poi li picchio violentemente con un mattarello è meravigliosamente rilassante. Amalgamarli con il burro e distribuirli in una tortiera imburrata livellando. Io ho preferito tenere i bordi esterni più alti perchè mi piace di più esteticamente.
Sbatti il formaggio con lo zucchero, e incorpora le uova una alla volta creando una crema liscia e fluida. Versala sulla base e inforna per circa 40-50 minuti. La cheesecake dev’essere leggermente dorata ma al centro tremolare un po’.
Lasciala raffreddare a temperatura ambiente e poi in frigorifero per diverse ore. Sformarla con delicatezza
Al momento di servirla guarnirla con i frutti di bosco o eventualmente la marmellata.